Stralcio dal libro "Mostrosuamente Fantozzi" di Alberto Pallotta

 

 

 

 

 

Liù Bosisio, la “prima moglie”

 

 

 

     Vero nome Luigia Bosisio?

 

Sì. Il mio vero nome è Luigia Bosisio Mauri.

 

    Signora Bosisio, se non sbaglio, lei ha esordito nel cinema nel 1964, ne "La cuccagna", sempre per la regia di Luciano Salce. In realtà, la sua carriera d’attrice comincia in palcoscenico… Quando, dove, perché?...

 

No… comincia dopo il saggio all’Accademia dei Filodrammatici di Milano,  nel 1953/54, se non ricordo male. Ebbi subito una scrittura, cinque giorni dopo il saggio, al Teatro Manzoni di Milano. E da allora, sino al 1983, ho continuato a lavorare. Ora sono in pensione.

Nel film “La cuccagna” non mi si vede nemmeno… l’episodio fu tagliato. È restato solo il mio nome nel cast.

 

     Fu sempre Luciano Salce a sceglierla come Signora Pina Fantozzi?

 

Sì, fu lui.

 

Si ricorda qualche aneddoto divertente durante le fasi della lavorazione? Qualche attore in particolare? Non so, mi viene in mente Plinio Fernando, l’attore che interpreta la parte di Mariangela…

 

Plinio Fernando… povero Plinio!.. Ricordo solo le risate sarcastiche di tutta la “troupe” quando lui arrivava nella sua vestina bianca di bimba… un ricordo amaro… Quanto può essere cattiva la gente alle volte…

Un altro ricordo: giravamo la scena del Capodanno alle piscine del foro italico. Ero in piedi, vestita dimessamente come si conveniva alla Pina, ad aspettare che arrivasse il mio turno per il trucco. Accanto a me molti figuranti e comparse. Ad un tratto un braccio violentemente teso ci falciò per farci indietreggiare… era il capo-comparse forse, non so, comunque qualcuno molto duro e sgarbato. Il truccatore si voltò e gli disse: “Ma non vedi che è la protagonista”… Vidi quest’uomo diventare molliccio come… non ho parole… e tutto pallido prostrarsi in scuse… “Non intendevo… non con lei…”

Ecco: questo è il mondo di certo lavoro, questo anche il cinema di casa nostra, quello di oggi non so, ma allora era così… Per i protagonisti fiori e adulazione… per gli altri lavoratori…  le comparse… che sono?… feccia?… Un ricordo assai sgradevole. Ne potrei raccontare a mille. Sono contenta di non averne  più  niente a che fare.

 

La Signora Pina è una donna fragile, remissiva, se vogliamo anche conscia della sua mediocrità familiare, che però in molte occasioni, ad esempio l’episodio della partita di biliardo, ha degli scatti di orgoglio.  Nelle successive avventure del ragioniere scadrà di più nel patetico. Era lei a personalizzare il personaggio in quel modo o il personaggio è anche cambiato (successivamente) perché è cambiato il regista?

 

Le ricordo che io ho partecipato solo ai primi due film… come sia diventato il personaggio “dopo” non lo so… Non l’ho mai visto.

Io ho amato subito  la mia Pina, sin dalla prima lettura della sceneggiatura. Quante Pine avevo conosciuto nella mia vita!.. Donne semplici, lavoratrici umili, che si accontentavano di tutto, senza pretese, con un amore assoluto per il proprio marito, figli, casa. Donne senza spiragli, senza certezze, senza futuro. La loro vita era tutta lì. Non c’era spazio e tempo per il “sé”. Ma erano coscienti: della propria pochezza e della goffaggine del loro uomo, coscienti delle piccole viltà quotidiane che erano costrette  ad accettare. E la grande capacità del perdono. Perdonavano sempre e comunque.

Questa era Pina e così ho voluto rappresentarla, comica suo malgrado. Si ride sempre quando si vede cadere un uomo per la strada. Non si ride se si vede un cavallo steso sul selciato. E così si rise e si ride anche di Pina, della sua faccetta tragica e buffa, della sua sottomissione.

Cosa non si fa per una risata!.. Voglio raccontarle un episodio che mi ha lasciato molto amaro in bocca.

Ugo corteggia la Silvani e le porta dei fiori. Lei li getta. Lui li raccoglie e in un attimo assai concreto e lucido corre a casa. Pina è in bagno che si mette i bigodini (oh, la povera sua fatica di tentare di migliorarsi!). Ugo bussa alla porta del bagno, la chiama…

 

Dalla sceneggiatura:

“Pina agli insistenti richiami del marito apre la porta (non voleva farsi vedere da lui così goffa, con i bigodini in testa) e appare nel vano… Sono faccia a faccia, lei e il marito… Ugo, per un attimo finalmente consapevole del valore di ciò che possiede, le offre i fiori…

 

Pina – Oh!.. sono per me?.. (e sorride felice, poi, timidamente chiede...)

Per me!.. Perché?..

Ugo -  Perché sei la donna più "importante" della mia vita!

 

Ecco: secondo me questo piccolo episodio li riscattava: riscattava la miseria di Ugo e finalmente, la femminilità di Pina. Ma non è stato così: al doppiaggio questo episodio si è trasformato così:

 

Pina – Oh!… sono per me?.. Per me!.. perché?

Ugo – Perché sei la donna più "bella" della mia vita! (e subito qui il primo piano di lei in tutta la sua pochezza).

 

Perché è stato fatto?.. Per ottenere una risata in più.

Io, Liù, mi sono sentita offesa, sì, offesa per Pina, e per tutte le donne che, come lei, sul viso  portano i segni della stanchezza e della precarietà. Le Pine di allora non portavano i jeans, non andavano in palestra, non avevano ancora raggiunto l’ardire di mandare a quel paese i loro mariti. Per fortuna oggi la donna è più disincantata, si difende, si ribella (per quanto io ritenga che in certe periferie o paesetti di montagna la situazione muliebre non sia cambiata di molto).

          

Perché abbandonò il personaggio della Signora Pina dopo due film e perché lo riprese a distanza di anni in occasione di SuperFantozzi?

 

C’era stata dell’incomprensione a proposito del personaggio tra Villaggio e me già dai primi giorni di ciack. Ovvero: sul primo momento, visto il “girato”, venne a congratularsi con me: gli piaceva “questa” Pina, disse che gli faceva tenerezza. Poi, più avanti, diciamo alla seconda settimana di lavorazione, venne da me per dire che la mia Pina era troppo “umana” e che lo facevo apparire (apparire Ugo s’intende), uno “stronzo”, disse proprio così, (mi scuso per il termine). Ricordo la mia risposta: “Tu vuoi rappresentare l’italiano medio e io penso che l’italiano medio sia proprio così” (parlavo dell’italiano di allora: ora anche gli uomini sono molto mutati, non solo noi donne). Così il mio personaggio rimase quello che era sin dall’inizio, tanto più che prima di cominciare a “girare” se n’era parlato anche con Salce e la mia proposta di come doveva essere Pina era stata accettata.

Il terzo film, nell' 86, lo accettai per comperare una casa a mio figlio.

 

     I primi due film di Fantozzi furono campioni d’incasso, lei ebbe un ottimo ingaggio?

 

No, non direi proprio… assai meglio il terzo.

 

     Quanto duravano le riprese di Fantozzi e quanto s’improvvisava in scena?

 

Per quello che mi riguardava una ventina di giorni, se non ricordo male. In quanto all’improvvisazione, sì, mi sono sentita abbastanza libera. Quando chi lavora con te ha un’illuminazione improvvisa, non prevista, è chiaro che anche  la tua reazione non sarà quella convenuta.

 

     Perché, secondo lei, Fantozzi è un personaggio di grande successo?

 

Me lo sono chiesto molto spesso. Probabilmente perché ogni spettatore ravvisa nel protagonista il proprio vicino di casa: i medesimi tic, le piccole viltà, la goffaggine… e ne ride liberamente, senza pensare che il “proprio” vicino di casa, ravviserà in Ugo proprio colui  che sta ridendo in quel momento.

 

 La sua carriera è ricca di soddisfazioni. Lei ha lavorato, oltre che con Luciano Salce, con grossi calibri come Fellini, Risi, Steno, Ronconi, Scaparro… Ha calcato le tavole di prestigiosi palcoscenici (non solo in Italia), ha recitato Brecht, Shakespeare… Le pesa un po’ essere ricordata principalmente (almeno credo dalla massa) per avere recitato la parte della Signora Pina, (del resto, ormai è un personaggio consacrato al culto) o ne va fiera?

 

Mi secca enormemente, non posso negarlo. Questa sovrapposizione del personaggio sull’interprete    confonde molto la gente, o perlomeno, la più sprovveduta. Per anni mi sono sentita chiamare “Pina” per la strada. Ancora oggi a distanza di trent’anni mi succede e non è una bella sensazione… No. E che il personaggio di Pina oggi sia “consacrato al culto”, come dice lei, è una cosa che mi riesce incomprensibile, mi stupisce.

 

Rimanendo nell’ambito del culto decretato dai giovani e dalle varie generazioni che si sono alternate fin qui, lei è anche la doppiatrice di Marge Simpson…

 

Sì, ormai da più di quindici anni. Molti giovani mi scrivono, universitari per lo più, e uomini… Non è strano?… ragazze molto poche…

Erano bambini quando uscirono i primi Simpson ed ora sono uomini adulti… Mi fanno tanto piacere le loro mail e io rispondo sempre a tutti. Mi raccontano dei loro studi, mi chiedono pareri sulle loro tesi, (qualcuno anche me la manda). Sì, questo mi dà molta gioia: vuol dire che non ho seminato invano. Alcuni, pochi in verità, ricordano di avermi visto in teatro, ma queste sono persone più mature d’età… quaranta, quarantacinque anni…

 

Lei ha sempre manifestato nelle sue interpretazioni cinematografiche una grande verve comica, non solo per quanto riguarda la Signora Pina, ma penso, ad esempio, ai suoi duetti con Shelley Winters in Gran Bollito, o con Alberto Sordi ne Il tassinaro, ma lei che tipo di ruoli preferisce? E poi, com’è Liù Bosisio nella vita di tutti i giorni?

 

Ho solamente ripiegato, capisce? fatto di necessità virtù. Sono stati gli altri ad affidarmi questi ruoli e io mi sono adattata… e molte volte con malinconia. Non avevo, come si dice, il “fisico del ruolo” per cui, per me, niente Ofelia e Giulietta, ma solo meretrici, folletti come Puck o Ariele, o streghe cattive o addirittura parti maschili… Per cui, col tempo, sono stata costretta a nascondere il mio lato “femminile” e a far prevalere il mio “maschile”. Ho sempre vissuto da capofamiglia, (avevo un bimbo piccolino), in un mondo fatto di uomini, e le mie lotte sono state condotte da UOMO. Nelle compagnie teatrali venivo sempre eletta come “rappresentante di compagnia”, ossia venivo delegata a combattere contro i “padroni” per difendere gli interessi morali e pratici dei miei compagni attori. Come vede non è stato facile: la forza ho dovuto inventarmela giorno per giorno. Insomma: a quei tempi mi si è attaccata addosso una seconda pelle… la Liù forte, decisa, temeraria addirittura. E Dio solo sa quanto tutto questo fosse lontano dalla mia vera natura. La Liù di oggi è una donna che sta invecchiando piano piano, con un po’ di malinconia, sì, ma  con intatta la gioia per la vita, la voglia di imparare sempre e comunque. Infatti sto facendo un corso di grafica digitale. La voglia di continuare ad inventarmi, di creare… c'è ancora: plasmo la creta, costruisco collages, e… scrivo. Mi piace scrivere. Ho la fortuna di avere accanto a me ancora la mamma (92 anni) che riesce, alle volte, a farmi sentire piccola, e quando si è piccoli ci sono ancora i sogni, le speranze… ed è bello, nonostante l’asprezza attraversata vivendo, essere riusciti a salvare l’angolo piccolino di ciò che eravamo, non è vero?

Un sogno teatrale mai realizzato? fare “Mercuzio” nella Giulietta e Romeo di Shakespeare.

 

    Però, un'interpretazione comica, far ridere il pubblico, non è altrettanto difficile e altrettanto gratificante quanto un'interpretazione drammatica? Sa, io non sono attore, però, da spettatore, stimo il bravo attore, sia comico che drammatico.

 

La comicità... non so che dirle... credo sia una dote innata, non penso la si possa costruire.

Quando in teatro il pubblico rideva e applaudiva ad una mia battuta... beh, ero felice! Felice di far felice la gente! Ma una cosa è certissima: non l'ho mai fatto a discapito del testo o del personaggio. Quello che voglio dire è che... se sei portato... ti riesce facile far ridere, ma bisogna vincersi se questa risata in più può far traballare l'impianto del testo.

Le porto un altro esempio: nell'"Orlando Furioso" di Ronconi io facevo Cabrina, una buffa e tarlata megera di una certa importanza in quell'azione. La mia parte era lunga e divertente, prendeva risate, ma ad un certo punto, durante le prove mi accorsi che il mio testo era più lungo degli altri tre che venivano recitati contemporaneamente. (In platea c'erano quattro pedane, quattro palcoscenici chiamiamoli così, con quattro azioni diverse). Era necessario che tutte e quattro le azioni cominciassero e finissero nello stesso momento. Io non ebbi dubbi: andai da Ronconi e lo pregai di tagliarmi la scena, di accorciarmela. Lui si meravigliò moltissimo della mia richiesta e mi ringraziò. Quando si seppe, i compagni di lavoro mi dettero della "stupida", capisce? Per me è sempre stato importantissimo il risultato finale, non ho mai badato né pensato che, in quel caso, io ne facessi le spese, io come attore voglio dire: l'importante è il risultato che si ottiene con il lavoro collettivo di noi tutti. Non so se mi sono spiegata bene. Ecco: io penso che anche ora si stia vivendo in un paese dove l'individualismo più bieco sia una costante: si è perso il senso del "collettivo"... e questo mi fa sentire un pesce fuor

 

    Chi è l'attore/attrice del cast di "Fantozzi" che ricorda con maggiore simpatia e che rapporto c'era con Luciano Salce?

 

Mi dispiace tanto deluderla, mi creda... ma non c'è niente che valga la pena ricordare. Niente di allegro. Sotto questo profilo non sono stata fortunata, con il cinema voglio dire. Non ho stretto amicizie sul set: impossibile. Con Salce il minimo indispensabile. Non ricordo risate né tanto meno complicità. Stavo molto sola nel mio camerino. La compagnia dei colleghi non l’ho mai troppo amata: nel nostro mondo c’è sempre stata troppa adulazione e io non sono tagliata per questo. E così quando mi arrivava il “cestino” con il pranzo, preferivo mangiare con il truccatore o il parrucchiere: loro sapevano sorridermi.

Tutto il resto è stato silenzio.

Vede Alberto, io ho lavorato anche con produzioni straniere, con una inglese ad esempio... ed era tutta un'altra cosa. Se c'era del tè caldo, c'era per tutti, mi capisce? Per tutti. Il tè caldo lo beveva la primattrice come il macchinista, non faceva differenza. Eravamo tutti uguali perché tutti partecipi alla realizzazione di un progetto e questo progetto ci accomunava tutti. Non so se dappertutto sia stato così, ma in Italia, mi creda, per la mia poca esperienza, le posso dire che all’aiuto-regista, a quei tempi,  era concesso di andare a comperare le sigarette per Tizio o Caio, ma non di mettere nel lavoro una propria idea. Sto parlando degli anni sessanta-settanta. Mi auguro fortemente che le cose ora siano diverse.

A proposito di quel film inglese… Eravamo a Malta, e ricordo con enorme piacere Michael Caine, sempre sorridente, gentile... Cenammo insieme, ballammo, chiacchierammo in un fortuito francese sino al mattino... e io non ero nessuno! né un'attrice importante, né tanto meno una "maggiorata" (a quei tempi si diceva ancora così)... Vede, ero semplicemente "una persona" come lo era lui, senza fronzoli e arzigogoli... due semplici persone...  

 

    Progetti per il futuro? So che si dedica molto anche alla scrittura e alla ceramica raku…

 

Continuare con i miei “balocchi”, stando qui, nella mia casa… I miei cari balocchi che sono fatti di argilla, di fuoco, di forbici, di colori e immagini (ogni giorno fotografo il cielo che vedo dal mio studio, sempre la stessa foto, la medesima immagine… ma quanti cieli diversi!… quanti!). E poi il… PC! Adoro il computer!

 

     Se chiude gli occhi, qual è il ricordo più bello della sua carriera?

 

Gli spalti del teatro Romano di Verona, “Sogno di una notte di mezza estate”, facevo “Elena”, (Mauro Bolognini aveva creduto in me)… e, alla fine dello spettacolo, il coro ritmato di voci che gridavano, dagli spalti appunto: “Li-ù… Li-ù…”… Indimenticabile.

 

     Un’ultima domanda, se potesse tornare indietro, cambierebbe qualcosa della sua carriera?

 

       Non verserei tutte le lacrime umilianti che ho versato. Sarei ancora più dura.

 

 

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