Una domenica diversa.

 

 

Un pomeriggio grigio e afoso di giugno, in una cittadina simile a tante altre. E’ domenica.

 

Poche macchine, qualche piccione che svolazza sulla testa dell’eroe che signoreggia livido e incrostato di guano al centro della piazza.

Non un filo d’aria a far rotolare i pacchetti di sigarette accartocciati lungo i marciapiedi.

All’angolo, un piccolo caffè: un’improbabile insegna, pochi tavolini, pochi clienti.

 

Da più d’un’ora se ne stanno seduti lì, davanti alle due tazzine da caffè ormai vuote e abbandonate su quel tavolino a tre gambe.

Frontali alla piazza, guardano con occhi vuoti al di là del vetro, il lento scorrere del tempo.

Un uomo che passa lentamente con il suo cane … una signora con una bambina per mano …

E ancora una signora un po’ claudicante … Ha una grossa borsa con le ruote … se la tira dietro con fatica.

“Bevi qualcos’altro?”

“No, grazie.”

 

Distrattamente osservano i piccioni che saltellano goffi sul marciapiede … a qualcuno manca una zampina … ed eccone  un altro ... senza dita …

Colpita, lei si sporge un poco in avanti e li guarda con apprensione.

“Povere bestie!”

Lui si stringe nelle spalle e non commenta.

I piccioni sono così - pensa -  si cacano sulle zampe e col passare del tempo i loro arti si ammalano, una specie di lebbra, si sa.

 

I due sono immobili, gli occhi fissi al “fuori”.

Le mani in grembo lei, e lui che tamburella con rumore secco sul tavolino.

        

Sta passando un funerale ora.

Le poche macchine rallentano … corone, fazzoletti, veli. E gente incolonnata che va …

“Grazie di non essere andato alla partita”

“Te lo dovevo, dopo tanti anni …”

 

Già, quante domeniche passate sola in casa… non sapendo che fare di sé.

Finalmente una domenica con il suo uomo, ci aveva pensato tante volte. Ma ora non sa che dire.

L’abitudine al silenzio, forse.

“Sei sicura di non volere altro?”

Lei dice no con la testa. E lui chiama il cameriere battendo il cucchiaino sulla tazza.

A quel suono, lei strizza un poco gli occhi, infastidita.

“Il conto, per favore!”

Il cameriere, un vecchio, accorre e lui paga. Anche una piccola mancia data con ostentazione.

 

Si è messo a piovere, una pioggerella pigra e indolente. Le gocce si appoggiano sul     

catrame ed evaporano con un piccolo soffio… chcccc…

“Cristo, e non abbiamo neppure l’ombrello!”

E poi …

“Torniamo a casa, dai!”

 

Lei si alza lentamente e rimane in piedi davanti al tavolino, le braccia lungo i  fianchi, lo  sguardo come assente…  

“Che fai? Dormi?“

Si scuote e batte le ciglia …

“Scusa… Dicevi?...”

“Se andiamo a casa…”

“Va bene… Andiamo a casa”.

 

Raccoglie dalla sedia la sua piccola borsa, ed esce dietro al marito che la precede.

Camminano staccati, lui si ripara dalla pioggia con il giornale.

La pioggia le bagna i capelli e il viso. Così imperlato sembra lacrimare.

E intanto pensa con amarezza che anche loro due, ormai, sono come quei piccioni…

Senza più dita per le carezze …

 

 

 

 

 

 

 

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