Le voci del cortile.

 

 

                                       

             Era una bambina buona. Se a qualcuno fosse venuto in mente di metterla là in cima, sopra all’armadio, lei sarebbe rimasta lì silenziosa e tranquilla.

             Non che fosse stupida o senza carattere. Era semplicemente una brava bambina docile e timida. Di lei non si ricorda un capriccio salvo un lungo pianto desolato quando una sera la mamma la mise a letto di buon’ora. Il suo sonno era ancora lontano, ma la mamma le aveva detto: “Stai lì!” e lei non avrebbe mai osato muoversi. Solo che dal cortile le arrivavano le voci dei compagnelli di gioco che la chiamavano a gran voce: “Scendi Cicci!.. Vieni!..” e poi ancora: “Giochiamo a M-C... Vieni!”...

 

 Era ancora chiaro, la luminosità della sera si poteva vedere dalla                         tapparella ... Proiettava sui muri tante e minutissime righe di luce che Cicci cercava di contare... “Una... due... tre... quattro...”.Arrivava sino all’undici, più in là non sapeva andare. Ogni undici righe alzava un ditino per ricordarsele e ricominciava      da capo: “Una... due... tre.... quattro...”

             Ben presto si era ingarbugliata con le dita: non ricordava più se dovesse tenerne sollevate due o tre per ricordarsi tutte le strisce di luce... Che peccato! Era sicura che se lei, l’indomani, avesse portato a Ida, la figlia della portinaia già grande di quattordici anni, il numero delle dita e quello delle righe, avrebbe saputo quante striscioline di luce c’erano nella stanza quella sera...

             Il lenzuolo era caldo, la mamma glielo aveva rimboccato stretto stretto si che lei si sentiva fasciata come quel bambino della scala B che era nato da poco. Lo aveva visto avvolto come un salamino: c’era solo la testina che sbucava dal fagotto e anche le braccine erano state legate sotto, povero bambino. Dicevano che così sarebbe cresciuto con le gambe e le braccia belle diritte!

             Si era messa a fare il “gioco della goccia che cade”... Col piccolo indice si rovesciava il labbro all’ingiù e lo lasciava andare di scatto. Le piaceva quel piccolo rumore buffo... “pluff!...” proprio come la goccia del lavandino in cucina quando sotto c’è un pentolino dimenticato... “Pluff!... pluff!..”, ma ben presto anche questo gioco le era venuto a noia, troppe volte lo aveva fatto ormai.

           Allora si era tolta la mollettina di ferro che le teneva la frangetta da un lato...  Ecco! avrebbe giocato “alle punture”...

             Con un angolino del lenzuolo si era massaggiata il braccino e poi, zac! con la mollettina aveva simulato l’ago doloroso... “Ohi, ohi, ohi!...” andava recitando, ma senza convinzione...

 

             Da brava bambina che era, si era rimessa in qualche modo la molletta tra i capelli. I suoi capelli così dritti da sembrare spaghi! Li avvolgeva sul dito per farsi i“boccoli”, ma come li lasciava quelli tornavano a fare gli spazzolini! Avrebbe voluto avere riccioli biondi come quelli della bambola rosa che stava sul letto della signora Battaggi!

             Era vecchia la signora Battaggi... vecchissima, e portava gli occhiali violetti. Le piacevano quegli occhiali, non come i suoi che erano rotondi e le pesavano sul nasino corto. Le scivolavano sempre giù e lei, paziente, li ritirava su, alla radice, cento, mille volte al giorno...

             Ora i suoi occhietti miopi si erano messi a percorrere i muri cercando qualcosa che potesse destare la sua attenzione, qualcosa di nuovo e strabiliante a cui attaccarsi, un fiore... una conchiglia... anche una lucertolina le sarebbe andata bene, lei le amava quelle bestioline così verdi da sembrare foglie... Ma nella stanza tutto era sciocco e risaputo. E triste. Si era messa a chiamare la mamma, aveva sete, ma la sua vocina esile non era arrivata di là dai grandi che ascoltavano la radio...

 

             All’improvviso aveva sentito il campanello di casa squillare... qualcuno era andato ad aprire...

             E poi la voce di Maria Affinito che diceva:

            “Signora, lascia venire Cicci in cortile a giocare?”...

 

             Trattenendo il piccolo fiato, era rimasta tutta rigida in ascolto della risposta... la tenera fronte si era inumidita nella contrazione dell’attesa..

             Un lungo silenzio... Il cuoricino di Cicci batteva come di corsa...

             E poi la voce decisa della madre...

             “Cicci dorme”... e lo sbattere della porta.

 

       

Il cortile le mandava le sue voci di gioia, ma lei non poteva fare niente se non starsene allungata in quel letto che trasudava magone.

E fu lì che le usci dal corpicino il lungo e disperato pianto di abbandono e pareva un lamento di gregge, quando a Pasqua gli agnelli sono rapiti alle madri.

     

 

<< Indietro