Le mutandine

 

 Ogni quindici giorni si ripeteva l’odioso rito.

Il lunghissimo dormitorio, trecento letti allineati testa a testa, e loro che si tiravano appresso, trascinandoli, gli zoccoletti dai cinturini di cuoio troppo aspri per i loro piccoli piedi.

Si staccavano piano dai loro letti, e con le teste chine procedevano riluttanti verso le due suore che stavano presso al finestrone proprio in fondo, vicino all’uscita  che dava sulle scale.

Consapevolmente, si infilavano l’una dietro l’altra, componendo così una lunga coda che avanzava lenta, nel silenzio più assoluto.  Parevano monachine di clausura che vanno all’altare, così bianche e pudiche e in fila com’erano.

 

Ognuna con vergogna, teneva stretta in una mano le proprie mutandine, che penzolavano inerti come straccetti, lambendo l’orlo dei grembiulini.

 

Cicci era tra loro, ma cercava di guadagnar tempo… Si attardava chinandosi, dando a vedere di allacciarsi lo zoccoletto, per far sì che le compagne la sorpassassero… ma poi, giocoforza, doveva rientrare nella fila. Se la vedeva suor Emilietta per lei erano sventure.

Se lo ricordava bene quel giorno, sulle scale, subito dopo la ricreazione, quando era caduta con la faccia sul marmo del gradino perché quella la stava prendendo a calci nel sederino… Ancora si chiedeva il perché, che cosa mai avesse fatto per meritarsi quelle botte…

“…Qualcosa di sicuro, una suora non picchia così una bambina se questa non ha fatto niente…” ragionava Cicci, mentre la fila davanti a lei andava assottigliandosi.

Cicci sapeva che, qualunque cosa le capitasse, era senz’altro e sempre per colpa sua. Ne era convinta.

Come quella volta,  durante “il sonno” del pomeriggio, quando aveva detto alla bambina che dormiva vicina al suo letto: “Giochiamo al dottore?” e quella aveva detto sì, così lei le aveva fatto la puntura con la molletta dei capelli, ma poi  quella spiona era andata a raccontare tutto alla suora e lei era stata messa “isolata” e a tutti era stato proibito di parlarle per una settimana.

Al ricordo sgradevole, Cicci arrossiva come allora… Ma perché? Che c’è di male a giocare al dottore?..

Eppure qualcosa di male c’era, lo intuiva, sennò perché quel castigo? E perché tutto caldo alla faccia se ci pensava?..

E mentre avanzava piano in coda alle altre, ecco arrivare improvvisa la schiarita: aveva fatto qualcosa di “proibito”, ecco il perché!

Cicci traeva un profondo sospiro, e poi un altro e un altro ancora… “perché tutte a me?  Perché sempre io?..”

 

Intanto era quasi arrivata alla meta che tanto la spaventava… ancora quattro bambine e poi sarebbe toccato a lei.

Cicci pregava il buon Dio che tutto le andasse bene, almeno questa volta… “Questa volta sola Gesù, poi non ti chiedo più niente…” e intanto le tremavano le gambine così secche da piangere… “Aiutami Gesù!...”

 

Ora era davanti alla terribile suor Emilietta…

Aveva la faccetta bianca come i ceri della chiesa e non osava alzare gli occhi.

Senza una parola tese il braccino porgendo l’indumento…

 

La monaca prese le mutandine e le passò in rassegna inclinando il busto verso il chiarore della finestra… Poi, dopo un’occhiata gelida a Cicci, le passò alla consorella che prese, anche lei, ad esaminare minuziosamente ogni centimetro di stoffa.

Cicci tratteneva il fiato… e intanto pensava “Aiutami, aiutami!”.

Passò qualche minuto… un tempo che non finiva mai.

Poi la voce ghiaccia della suora: “Per questa volta, vai!”

Cicci non si mosse paralizzata com’era dallo spavento…

Un bercio: “Vai!”

Cicci scattò verso le scale, perdendo uno zoccoletto, questi cinturini che non stanno mai chiusi. Perse tempo per tornare indietro a raccoglierlo… e la suora urlante ancora “Vai!”…

Scese le scale di corsa con il piedino scalzo e lo zoccoletto al petto…

 

Finalmente raggiunse le compagne nel salone del cinema che stava al pianterreno.

Mai proiettato un film. Le sedie marroni dai sedili ribaltabili e allacciate tra loro, erano state disposte tutte intorno al perimetro del grande spazio. Nel mezzo un’enorme stufa di ghisa  quasi sempre spenta anche negl’inverni più rigidi.

Cicci si sedette in un angolo, lontana dai cicalecci.

Un gran sospiro… un “grazie Gesù!” con un furtivo segno della croce… e poi un  cincischiare di fibbie e lacci, questo zoccolo ostinato!

Più tardi, lo sapeva, sarebbero scese le sfortunate: in fila, al centro del salone proprio vicino alla stufa, che tutte le potessero ben vedere e additare, le tre o quattro sarebbero state in piedi per ore con le mutandine ambrate di scorie e liquami sulla testa, tra le obbligate risa di suore e collegiali.

Cicci le avrebbe guardate muta, vergognandosi della propria fortuna. 

 

Mutandine pulite, a sette/otto anni e senza carta igienica… solo un mezzo foglio di quaderno, di carta lucida e imbrattato d’inchiostro, per i loro denutriti sederini che il collegio, ipocritamente, continuava a chiamare “cestini”.

             

          

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