La prima Comunione

 

 

 

Aveva sette anni e quello era il giorno più bello della sua minuscola vita.

 

Un’eccitazione profonda, le fronti imperlate come di rugiada, trepidazione, rossori, i grembiulini nuovi ancora apprettati, e non ancora bianchi dall’usura dei lavaggi, ma di un tenero colorino quasi d’avorio!

Come per segreta magia, loro otto, fra trecento, in quel giorno così pieno di sole, erano divenute le bambine più importanti del collegio.

 

Lucina e Mariuccia, le “gemelle Baggio”, chiamate così perché nate appunto a Baggio, si tenevano strette l’una all’altra come sorelline siamesi, con le faccine tese e tirate nel sorriso tanto raccomandato dalla Superiora. La Tosi invece, spilungona com’era, si tirava le ciocche stizzosa, perché già lo sapeva, lei, che anche quella volta le sarebbe toccato di stare in fondo alla fila! Odiava quelle sue lunghe gambe da cerbiatta che sempre la castigavano. Avrebbe tanto voluto essere come la Piccinali Anna così bassetta, paffuta e rosea da attirar carezze, che sempre stava in prima fila, la fortunata! E tutti la guardavano! La Tosi invece… poveretta!

 

Questo pensava la Cicci, guardando di sottecchi le compagne di Comunione, mentre le piccole palme andavano lisciando meccanicamente il rigido grembiulino della festa… A chi avrebbe dato la mano? Con  quale delle sette avrebbe fatto il paio per andare all’altare in fila per due?

Ortensia forse… Cicci lo sperava. Le piaceva Ortensia con la sua testina rapata a zero per via dei pidocchi, gli occhi di carbone, e la faccina sempre sorridente!

Ortensia fu la prima bambina che le rivolse la parola quando entrò in collegio.

Era così smarrita e spaventata che se ne stava discosta come un animalino, ma poi arrivò “lei” che le toccò la mano… e a Cicci parve una carezza lieve e gentile. Proprio di questo aveva bisogno, di una carezza, e Ortensia ...

Ricordava di lei una macchia di caffelatte proprio sul davanti, vistosa sul bianco del grembiulino. Pareva una medaglia, e “occhi di carbone” ne rideva compiaciuta, incurante delle strida petulanti della sorvegliante. Ma le ciglia le tremavano.

Da quel momento Cicci l’adorò, ma questo restò sempre un suo segreto.

 

L’odore della Sacrestia, dov’erano rinchiuse prima della cerimonia, sapeva di forte, d’incenso consumato. Cicci cercava di non pensare a quell’odore che la faceva sentire male ogni mattina alla messa delle sette. Troppe volte si era risvegliata in quell’infermeria dai letti vuoti e silenziosi;  solo lei in tutto quel bianco e così piccina in quella vastità,  a chiedersi il perché delle sbarre alle finestre.

No, non voleva scivolare ancora a terra dallo stordimento,  non in quella mattina!

Si mise allora, con la bocchina aperta, ad inspirare aria, tutta l’aria che il suo piccolo torace  potesse contenere… e lì si fermava, come sospesa… e intanto contava con le dita celate in una piega del grembiule quanto tempo potesse restare senza respirare per non sentire il temuto odore di turibolo che impregnava tutta la sacrestia.

 

Ma il “Gran Giorno” non doveva sciuparlo - pensava la Cicci -  e dopo tanta fatica poi!

Certo che se l’erano meritato quel trionfo! Ore e ore di catechismo, la paura di sbagliare, di non ricordare quelle parole così difficili… ”Onnisciente… Onnipresente…” e lo sguardo di ferro della monaca se incespicavi nelle sillabe così ostili. Tutto, tutto a memoria.

 “Chi è Dio?”

“Dio è l’Essere Perfettissimo Padrone e Signore del Cielo e della Terra”…

La suora cantilenava le domande e loro cantilenavano le risposte.

Otto pappagallini bene addestrati…

 

E poi c’era la faccenda dell’Ostia Consacrata: l’inferno se la toccavi coi denti, l’inferno per tutta l’eternità.

Cicci si domandava che mai fosse questa eternità… un tempo più lungo del suo stare lì?… un tempo più lungo “dal collegio di Selvino alla sua casa di Milano?”… Più lungo ancora del groppo alla gola di tutti quegli anni, magone che non finiva mai? Quella era l’eternità?…

 

Sbiancava all’idea del sacrilegio che certamente avrebbe commesso, lei, così goffa e maldestra… Sì, lo sapeva, sarebbe andata all’inferno… Come era possibile mandar giù una cosa tutta intera e grande come… come… Lo aveva visto il prete con quel dischetto bianco quando lo alzava durante le funzioni… le pareva smisurato, troppo grande per la sua bocca che era proprio piccolina… sarebbe andata all’inferno di sicuro!

E intanto si allenava con le mollichine di pane: cercava di deglutirle intere… ma non c’era niente da fare,  non andavano giù. Forse era la paura, ma quando ci provava non c’era verso: nemmeno una gocciolina di salivella  che l’aiutasse in quella bisogna… niente!

Era disperata. Non osava chiedere, domandare: “Ma come si fa?” nemmeno alle altre sette piccole comunicande.  Si sentiva un’inetta, una buona a niente.

Non ce la faceva a pensare:  “Ma quello è Gesù… lui lo sa…”

No! Appunto perché era Gesù non poteva, non doveva fargli male… E allora?

 

Quella mattina furono messe sulle otto testoline, così tutt’eguali coi capelli tagliati a scodelletta, otto veli di tulle bianco, un po’ rigidi in verità, così sparati in fuori come stavano, e per fermarli, otto coroncine di rose di bachelite dal color arancio chiaro.

Le secche e dure mani della monaca dovette forzarle, premerle sulle incolpevoli fronti e le bimbe a dire: “Ohi, ohi!” con qualche punta di lacrima subito trattenuta con vergogna.

“Per Gesù questo e altro” andava ammonendo l’incanutita vestale.

E loro, consce,  a non più fiatare.

Cicci pensò, ma non lo disse per carità! pensò che quella era come la corona di spine di Gesù: anche lei aveva la sua coroncina dolorosa da portare, quindi Gesù l’avrebbe perdonata se per sventura gli avesse fatto male nell’inghiottirlo.

Questo pensiero la rassicurò si da farle dimenticare le paure e sulla sua buffa faccetta ritornò il sorriso che hanno i bambini nei giorni di festa.

E proprio di festa si trattava, e grande anche! Loro otto che sfilavano tenendosi per mano, orgogliose dei loro veli (oh, com’erano belle!), in mezzo alla moltitudine di bambine e suore che facevano largo al loro passare… E non fa niente se Cicci vedeva qualche sorrisetto canzonatorio o i sussurri nelle orecchie come nel gioco “il telefono senza fili”. Non le importava: quello era il “suo” giorno, la rivincita per tutta la solitudine patita.

 

Si può essere soli fra trecento che ti circondano, ti urtano, ti scansano?

Nemmeno Ortensia osava avvicinare seppur l’amasse tanto! Troppo timida per azzardare un gesto, troppo gaia l’altra bimba per potersi accorgere del bisogno che Cicci aveva di lei, era rimasta sola per anni, impercettibile mosca bianca in quello sciame ronzante malinconia.

 

Nella cappella il ticchettare degli zoccoletti sino all’altare…

Ecco: inginocchiarsi… e… mostrare la lingua (le sembrava così irriverente!)…

E poi la mano del celebrante che le posa la particola sulla rosea sporgenza…

Che fare? Le mani a coprire la faccina come in raccoglimento, che nessuno veda il suo sgomento,  non osa nemmeno muovere le labbra, la linguetta paralizzata.

 

Ad un tratto ecco il miracolo… il corpo di Gesù che le fa grazia… si addolcisce, si scioglie … e finalmente, esausta, può deglutire…

La sua gioia! Niente sacrilegio, niente inferno per lei, che davvero non lo merita.

 

Nel pomeriggio il premio: una gita per festeggiare. 

In fila per due, con i loro veli e rose.

Ma davanti a tutti questa volta, proprio in cima al corteo: loro sono le Regine (solo per oggi s’intende, Cicci lo sa bene!). Domani tutto come sempre: i Vespri delle tre, i lenti rosari della sera, la solitudine nella brandina…

“Non ci devi pensare!”  - si diceva.

 

Le piccole otto, compiaciute e raggianti, camminano spedite e paiono danzare.

Cicci e la sua compagna si tengono per mano, ridono per un nonnulla, un volo, un passero su un ramo, tutto è felicità. Le testine velate  si avvicinano per una gentile misteriosa confidenza da sussurrarsi piano ...

 

Ed ecco subitaneo il dramma!

Tutta la fila delle trecento si blocca… la monaca accorre…

Le coroncine di Cicci e della compagna si sono impigliate, impossibile liberarsi… Le rose graffiano le fronti, il filo di ferro che le tiene unite, ferisce malamente tanto candore,  il nervosismo della suora che sibila a Cicci: “Sempre tu!” e la piccola a chiedersi il perché di tale sventura.

 

Il corteo riprende, ma non è più la stessa gioia.

Si sente colpevole… e si vede così com’è,  con le rosette a trattenere il velo e  sotto, a velar lo sguardo, quei terribili occhialini tanto spessi da farla sembrare un insetto, una formica forse.

E che ora sono pure appannati di pianto…

 

Orgogliosa com’è va avanti, quasi impudente. Incespica un poco, non vede le buche del terreno sconnesso, gli zoccoletti quotidiani le dolgono crudeli.

Grossi sospiri, ma va avanti testarda come un piccolo mulo.

 

A un tratto, chissà come e perché, quasi uno schianto: un impulso nuovo mai provato, lei così docile sempre… Un sentimento forte, totale… Ecco! Vorrebbe urlare, rompere la riga, e sì, urlare e urlare e urlare, e poi picchiare la suora che le svolazza davanti come un uccellaccio di mille anni fa, ne ha sentito parlare, un uccellaccio tremendo dalle enormi ali che tutto travolge e dal becco terribile che tutto divora… Vorrebbe picchiarla a sangue, farla morire forse, quella suora che non conosce bontà… Sì, sìììììì !!!…

 

La ribellione di Cicci, perché di questo si tratta, pian piano muore, abituata com’è alla modestia e all’obbedienza. A testa china, piena di vergogna, procede macchinalmente seguendo le compagne…

Ma quanto camminare! Così lontano questo premio?

 

Finalmente una grande radura piena di sole: in mezzo, un solo grosso vecchio albero cespuglioso.

Il corteo si ferma, sono arrivate: la suora indica l’albero con il braccio teso… tutte le teste si protendono a guardare…

Un aereo azzurro, se ne sta dritto in verticale, il muso conficcato nella terra, ai piedi del vecchio albero… le ali spezzate e lontane, la carlinga squassata…

Tutt’intorno rottami, brandelli, avanzi celesti di vita…

“Abbattuto dai tedeschi questa notte” dice la suora bene informata.

 E ancora:  “L’inglese è morto”.

 E pareva la voce della radio, tanto non c’era misericordia in lei.

 

    

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