La bugia.

 

 

 Le faceva male un dentino, là in fondo, dove si mastica la carne... Ogni volta doveva spostare il pezzettino dall’altra parte della bocca, tanto male le faceva. Se si metteva il piccolo dito là dove doleva, le veniva da premere... ma, se ci provava... un fitta lancinante le aggrediva la guancetta smunta. Lei lo sapeva che la trafittura sarebbe arrivata, e ne aveva timore, ciononostante era più forte di lei, doveva farlo... In quell’attimo che intercorreva fra la pressione  del dito e la scarica dolorosa... c’era come... una sospensione, un fluttuare misterioso che Cicci non capiva, ma che in un certo qual modo la attraeva.

Il corpicino teso, il respiro trattenuto... lo faccio o non lo faccio?... e poi, subitamenente la decisione presa.

Un attimo come in ascolto... ed ecco l’onda ghiacciata percuoterla brutalmente...

“Lo sapevo, lo sapevo!” lacrimava contratta, con la piccola mano che dava pugni alla guancia. E saltellava ora su un piede ora sull’altro per arginare lo spasimo.

 

Prima o poi doveva accadere ed accadde.

Fu messa su di un seggiolone orribile, marrone, altissimo, con lo schienale che si abbassava trascinandola. E lui, enorme, con la lampadina sulla fronte, che le spalancava la bocca... “E qui che ti fa male?” e intanto pigiava col suo dito tabaccoso sul piccolo molare cariato...

Cicci si afferrò ai braccioli e li strinse... li strinse... le nocche bianche di volontà... il dolore inammissibile che saliva... e lei, impavida e finalmente sfrontata, ma sopratutto bugiarda, con vocetta rauca disse “Nooo!”

Fu lasciata andare e la suora che si scusava col medico per la perdita di tempo.

 

Ma non poteva durare. Non mangiava più e diventava sempre più bianca...

Fu trascinata a forza e questa volta “l’orco” non si lasciò ingannare.

Il medesimo terrificante seggiolone, lo stesso infido schienale.

Cicci con gli occhialini appannati dallo spavento, vide la tenaglia, “quella” tenaglia, dall’alto luccicare e scendere inesorabile verso di lei... sempre più grande... sempre più grande... Le avevano messo un morso, per tenerle aperta la bocca, fuori misura per lei che aveva la bocca piccolina... e si sentiva lacerare gli angoli e la salivella le colava sul mento assieme alle lacrime.

E poi... ecco lo strappo! Violento, terribile: tutto il suo cervellino se ne andava assieme al suo dente... E il ghigno del vincitore che, sventolando il braccio, trionfante andava mostrando la grossa pinza arrossata con in cima la piccola perla malata.

 

Più tardi, seduta sul cessino per bambini, perduta si guardava le piccole cosce divaricate... Erano livide, la pelle trasparente mostrava l’intreccio delle minuscole vene e tra le une e le altre, come delle pallide isole tenere...

Cicci tirando su col naso, il magone non se ne voleva andare, reggeva tra le mani una sorta di pezza grigiastra... Ci infilava un ditino e, con delicatezza, tamponava il “buco” dolente...

Quando ritraeva la mano, una piccola macchia rossa lasciava il suo segno... Allora, determinata, Cicci infilava il dito in un angolino pulito e ancora tamponava... Pareva un cucciolotto che si leccasse le ferite.

 

La bocca era imbrattata, dolciastra...

Un disgusto profondo, una nausea infinita... quel cessino senza porte... le piastrelle così uguali... il sapore del sangue così nuovo per lei... e quel senso di “non nido”...

 

           Indimenticabile solitudine.

 

 

    

 

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