L’intruso

 

Era da un bel po’ di tempo che non contemplava il cielo. Si era dimenticato che ci fosse.

Avanzava sempre guardando a terra, non che sperasse di trovare chissà che, no! Era solo diventato schivo a un tratto. Si spostava lungo i muri con piccoli scatti faticati seppur veloci. Più che incedere, strisciava. A sussulti rapidi, quasi convulsi.

Il sole lo feriva, quindi procedeva così, ad occhi semichiusi: tutto ciò che vedeva e percepiva, era solo il grigiore dell’asfalto.

Strisce bianche tra le palpebre, lo avvertivano dell’attraversamento di una via … null’altro.

Le zone d’ombra lo attiravano, vi si rifugiava esausto. Era capace di stare in un anfratto ore, sino al calar del sole. Poi, smarrito, lasciava l’angolo affrontando lo spigolo della svolta, lo spazio aperto.

Dormiva avvolgendosi in se stesso … qualche vecchia discarica, un piccolo prato sdrucito, sempre lontano da sguardi indiscreti ed ostili.

La gente lo evitava con orrore, qualcuno lo rincorreva minaccioso. E lui non sapeva darsene una ragione. Era schivo, sì, ma mite …

 

Finì sfracellato sotto una grossa ruota assassina e nessuno si commosse, né lo rimpianse.

In fondo si trattava solo di un povero biscione di campagna, finito chissà come nel cuore sciagurato della mia città.

    

 

 

 

 

 

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