Il Principe

 

 Se ne stava solo, sbattuto così. Uno straccio pareva. Attorcigliato per terra nell’angolo, coperto di sacco.

Poco distante recenti rivoli di piscio colavano acidi  pietrificandosi sul cemento. E il sole scolorito com’era, riusciva ad inventarsi arcobaleni sull’ammoniaca, ora iridata quasi a sberleffo.

 

Gambe indifferenti passavano frettolose e sconsiderate, una virata a sinistra per scansare l’ingombro. Tutto era ticchettio, orologi impazziti rivestiti di jeans insolenti,  protervi acetati e superbe vigogne.

La metropolitana dell’Anagnina, emanava un tanfo di umanità senza volto, uguale a se stessa nella furia che la spingeva ad accalcarsi, premersi, stiparsi in una promiscuità che pareva non disturbare nessuno.

 

Lui per terra in un canto, accoccolato placido come nella placenta della madre, protetto dal sonno verde acqua come i suoi sogni bambini.

 

Più tardi, quando i sottopassaggi si saranno svuotati, si sarebbe alzato con quieta dolcezza. Avrebbe sorriso ricordando “Il risveglio del giovin signore”…

Scrollando il capo come un sovrano, avrebbe poi raccolto il suo straccio e piano piano, privo di nostalgie e rimpianti, si sarebbe incamminato leggero verso il cuore della città.

Un piatto caldo alla Caritas… una cicca trovata chissà dove… e una panchina nei viali di Villa Borghese per scavare a lungo nella concavità della notte, con la faccia alle stelle…

Un po’di freddo forse, qualche brivido anche, ma finalmente - signore e padrone assoluto - del proprio tempo e del proprio universo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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