Accadeva a Tokyo

 

 

Aveva una piccola voce e camminava a passi veloci e leggeri, quasi un procedere lieve e minuto.

Con sicurezza, impensabile in lei, si districava dal traffico con estrema naturalezza. Quel turbinio di mezzi assordanti e convulsi non parevano scalfire la quiete composta del suo viso, ch’era bianco di ciprie gessate, come si conveniva ad una come lei.

 

S’infilò in una piccola traversa, una viuzza quieta con pochi passanti. I negozi ancora serrati, parevano occhi tristi dalle palpebre abbassate in chissà quale muto abbandono.

Uno spicchio di sole ancora bambino, si trastullava con i vetri di una finestra ad un ultimo piano.

 

Si fermò ad un tratto, lasciandosi inghiottire da un sottoscala umido di muffe stantie… e subito ne uscì reggendo una sorta di trespolo, di sgabello forse, troppo greve per la sua fragile struttura.

Ansando un poco, goffamente, se lo tirò appresso per tutta la lunghezza del vicolo. Ogni tanto si fermava e con la mano andava risistemando una ciocca sfuggita dal grosso nodo di capelli che le premeva la nuca, proprio alla sommità dell’esile collo.

 

All’uscita del vicolo… ecco la piazza, la piccola piazza silenziosa dove solo qualche giovane albero mitigava con i suoi germogli il grigiore del selciato e delle case che la assediavano.

 

Con sicurezza si diresse al solito posto, quello di tutti i giorni, proprio lì dov’è più chiaro, dove il sole riesce a farsi strada, in quella semichiusa conchiglia di cemento.

 

Aprì lo sgabello. Da una sacca trasse un telo bianco e ve lo posò sopra.

Guardandosi attorno, furtivamente, indossò la tunica di raso madreperlato, e sui capelli un camauro del medesimo tessuto.

Ora era pronta.

Con un balzo leggero montò sul panchetto… e prese forma.

Pareva davvero una nivea statua di gesso, tutta bianca com’era…

 

Ristette immobile per diverse ore, solo minutissimi movimenti, impercettibili all’occhio di chi stava a guardare con meraviglia.

La piccola folla affascinata, deponeva nel piattino, ai piedi del panchetto, qualche piccola moneta che tintinnava gentile mentre cadeva.

 

E lei, con volontà divenuta di gesso, pazientemente aspettava il calar delle ombre.

Non un muscolo, non un sospiro che tradisse il suo essere viva…

Solo incessante, ripetuto, violento sotto alla pelle, lo strazio di quel cuscino che, quella mattina, aveva premuto sul viso del suo piccolo figlio.

 

 

 

 

 

 

 

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