Una vita perfetta

 

 

Lasciò la macchina parcheggiata sotto al palazzo. Le sue gambe ed il suo “dentro” avevano bisogno di moto. Nessun problema: l’avrebbe ripresa l’indomani.

Si era diretto sicuro verso i viali della Circonvallazione, il passo deciso, concreto, lo sguardo fisso davanti a sé.

Poi tornò con il pensiero alla serata… Li aveva lasciati lì senza una parola, solo un vago cenno di saluto circolare, un distratto gesto della mano… così, niente che sottintendesse un “a domani”, un “a presto!”…

Quel disagio avvertito prima in quel convivio, così forte da farlo fuggire venendo meno al buon gusto e alla buona educazione, ritornò a sommergerlo sino a smarrirlo: il passo perse di sicurezza, divenne rallentato come da fatica.

Ora camminava a testa china, chiuso nelle spalle. I pugni stretti a stritolare, se possibile, la fodera delle tasche. Avanzava come mulo trascinato da una corda. Ostinato, duro.

Non vedeva niente, non guardava. I lati del viale gli sfuggivano, come avesse un paraocchi.

L’aria era fradicia di nebbia, si poteva toccare.

Nel silenzio della notte milanese si sentiva soltanto il ritmo svuotato dei suoi passi.

Da un pezzo “gli altri” si erano ritirati nei loro letti disadorni.

Aveva fatto male ad andare a quel raduno. Rivedere volti ora irriconoscibili gli aveva fatto montare la rabbia che serviva a celare lo spavento del tempo che va.

Quel sentirli ridere, brindare dio sa a che cosa…

Le loro “pancette” casalinghe gli avevano stretto lo stomaco, un pugno, lì giù, sotto allo sterno.

Si era guardato in uno specchio, aveva aperto la giacca… si era messo di profilo, il fiato trattenuto, non si sa mai…

No, niente pancetta, aveva osservato con sollievo. E questo lo aveva fatto sentire superiore.

“Olà Federico! Vuoi bere?”

“Ne ho avuto abbastanza per stasera”

“Ma su, dai, il solito guastafeste!”

“Ti ho detto di no.”

 

E lo aveva odiato. Quella sua camicia! Le maniche rimboccate al gomito, quella pelle bianchiccia priva di muscoli, la sfacciata e ostentata allegria… Cosa c’è di più triste di un raduno di ex?

Poi si era vergognato, un po’ di se stesso, ma ancor più di loro.

Quelle cantate stonate, le pacche sulle spalle, i bicchieri al soffitto, i doppi sensi che facevano sbellicare… e le voci alte, altissime, diapason impazziti.

Tutto gli apparve come il ritratto della rinuncia.

Perché avevano abdicato? Perché si erano lasciati andare?... questo si chiedeva.

Lui no, lui era stato attento, diverso. Dedito al lavoro, ma con intelligenza. Senza sprechi inutili di energia, aveva affinato la sua attitudine al comando facendo sì che fossero gli altri a lavorare per lui.

Aveva avuto cura della sua persona, movimento, parca alimentazione, niente stravizi, ma soprattutto nessuna briglia nel morso.

Era solo, libero, padrone di sé. Le donne lo adoravano e lui era gentile, amabile con tutte. Aveva il raro dono di far sentire ogni donna “l’unica”, e non è cosa da poco.

Dagli uomini era guardato con invidia. Sicurezza, eleganza nell’incedere, taglio degli abiti impeccabile. E carriera, denaro, potere.

Cosa gli mancava?

Non lo sapeva. Percepiva solo lo scontento ed un vago e persistente senso d’inutilità. Perché?

Era sano, fisico asciutto, disciplinato. Non c’era comando a cui il suo corpo non rispondesse prontamente. Qualunque sforzo, fisico o mentale, era superato con disinvolta noncuranza.

Aveva orecchio per la buona musica, occhio e cultura per riconoscere il bello. Aveva viaggiato. Parlava tre lingue…

Cosa c’era che non andava?...

Ci aveva pensato a lungo, si era scavato, soppesato, valutato… senza trovare risposta.

Continuò a camminare lungo la strada di casa.

Piovigginava ora, ma non se ne curò. Anzi, ne provò un vago senso di frescura, come di sollievo.

Rallentò il passo per lasciarsi assorbire, ma le gocce gli scivolavano addosso come se fosse impermeabile. Rotolavano giù lungo la giacca… un piccolo salto sui pantaloni e poi giù sino a terra, a raggiungere gli abbozzi di pozzanghere che già andavano formandosi.

Solo i capelli erano fradici. Li sentiva gocciolare dentro il collo, oltre il colletto della camicia, dandogli una molesta sensazione di ghiaccio lungo la schiena.

Rabbrividì un poco e affrettò il passo.

Arrivò davanti casa. Cercò brevemente le chiavi del portone… Aprì.

L’atrio era grande, ricco di piante lucenti. A destra l’ascensore.

Premette il bottone: settimo piano.

L’ascensore salì silenzioso, non un fruscio…

Quando si fermò, la porta scorrevole scivolò sul suo asse, delicatamente …

Rimase assorto con la schiena appoggiata al mogano dell’ascensore: davanti a lui la grande anticamera illuminata che, con discrezione, lo invitava ad entrare…

Ristette ancora un attimo… poi, deciso, avanzò sul grande tappeto e, attraverso un volta, entrò nel salone.

Lo percorse senza uno sguardo dirigendosi verso la propria camera.

Rapidamente si svestì, gli abiti a terra… Si immerse veloce sotto lo scroscio fumante della doccia.

L’acqua gli batteva violenta sulla nuca e lui, inerte, con le braccia penzoloni, lasciava fare. Si sentiva sporco, logoro… con l’anima stanca. Sperava in una riabilitazione, quasi che tutta quell’acqua potesse dilavarlo da quel senso di buco nero che ormai da tempo lo andava risucchiando, svuotandolo di ogni senso.

Era stato anche da un esperto, lui sempre così accorto ed attento.

Aveva sperato in un verdetto di depressione, per quanto deprecabile fosse solo l’averlo desiderato. Avrebbe avuto un nome questo suo smarrimento, questo vuoto ovattato che lo stava lentamente soffocando.

Ma era sano, equilibrato, intelligente, lucido. Niente malattia in cui cullarsi.

Non gli era restato che rimboccarsi le maniche e tirare avanti come sempre. Convegni, riunioni, decisioni importanti, essere brillante e sempre tra i primi.

Gli era balenata una vaghissima idea di cocaina, tanto per tirarsi un po’ su, come aveva visto fare a tutti del resto.

Ma l’ orgoglio glielo aveva impedito. Doveva attingere alle sole sue risorse. Da sempre era stata la regola che lo aveva portato avanti, in cima alla fila.

Uscì dalla doccia e il suo corpo fumava… Il bianco accappatoio spugnoso lo accolse, quasi un piccolo tentativo di tenerezza, ma lui non se ne accorse.

Poi un rapido sguardo allo specchio, così, per abitudine.

Se ne scostò con un senso di nausea…

Andò nel salone, mise un CD… Le note della “quinta” di Mahler si sciolsero sui tappeti, sui bianchi divani… penetrando ogni cosa.

In piedi, ascoltava tranquillo…

Poi si scosse.

Si versò tre dita di brandy e si sprofondò nella grande poltrona, l’orecchio alle note, mentre distrattamente andava gingillandosi con il bicchiere passandolo da mano a mano e facendolo roteare lievemente… sul fondo del cristallo, il liquore smosso, acquistava bagliori ambrati e luminescenti.

Posò il bicchiere senza bere.

Andò all’ampia vetrata… Le luci di Milano riuscivano a forare la nebbia…

Aprì lentamente la grande finestra… inspirò profondamente… quell’odore di smog così familiare…

In quel momento scoperse di avere tanti ricordi e nessun rimpianto.

Deciso e senza un tremito scavalcò il davanzale.

 

 

 

 

 

 

 

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