L’attesa

 

Se ne stava sulla strada da ore. La pioggia batteva come aghi sulla calotta rossa dell’ombrello.

I pantaloncini corti con quel freddo. E le cosce nervose percorse da brividi cattivi.

Era dalle otto del mattino che stava lì. Nessuna macchina, nessun passante.

Non poteva sedersi, tutto era fradicio, né fare un fuoco tanta era la pioggia.

Azzardava qualche passo da un albero all’altro, per sgranchirsi, per reagire a quel piattume grigio che calava così pesante e senza fine. La campagna intorno ne era schiacciata, la sua giovane anima come carta velina, oramai.

Doveva saperlo, chi l’aveva lasciata lì, che nei giorni di festa si diventa più buoni, si sta con i figli, non si va a puttane!...

E intanto lei andava su e giù guardandosi la punta dello stivaletto di plastica che pareva splendere nonostante il fango.

Per distrarsi faceva roteare l’ombrello, una danza inattesa in quella malinconia.  

Poi alzava il mento a guardare la bella girandola colorata e la testa volava via come in un soffio… Altri lidi, altre canzoni…

 

Le ore passavano, il freddo era intenso.

Si stringeva addosso il giubbetto borchiato a voler trattenere il poco calore

che la sua pelle ancora riusciva a sprigionare… gli occhi fissi alla strada del fondovalle… la speranza di due fari accesi…

Tutto pur di riscaldarsi. E che fa se ancora avrebbe rischiato, se si sarebbe  ancora buttata via… Tutto, pur di togliersi da lì, da quegli alberi senza più colore, da quella pioggia che bucava il cervello.

 

 

 

 

 

 

 

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