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Domenica delle palme
Mezzogiorno.
Al largo dell’ultima periferia una grande distesa di
sole. I campi si perdono a toccare l’infinito, i
nuovi palazzoni e la vecchia borgata lontani, quasi
dimenticati.
Libertà ed allegria dopo l’inverno che ha
imprigionato i ragazzetti del quartiere.
Ed eccoli là finalmente, sulla piana verde a fare il
gioco della “mula”:
“uno, monta la luna”
“due, monta il bue”
“tre, passa la figlia del re”
“quattro, batticulata”
“cinque, incrociatora”…
e i ragazzi, tutti rossi e sudati, ridendo si
rotolavano uno sull’altro scalciando l’aria.
Ad un tratto una voce…
“Ehi lààà! Voialtriiiiii!...
Venite quaaa! Correte!”
I ragazzi della “mula” e i bambini che inseguivano
il pallone al margine del campo, si voltarono tutti
insieme. Non capivano cosa fossero quei richiami e a
chi fossero indirizzati.
“Venite a vedereee!!!!...”
Il più lesto comprese e cominciò a correre verso le
voci e all’istante gli altri scattarono ad
inseguirlo.
Nella corsa le magliette colorate aderivano per il
vento, i pugni chiusi al petto e i ciuffi che
sbattevano come vele.
Un po’ ansimanti arrivarono sul bordo di una buca
scavata dai fontanieri e lasciata lì il giorno
prima, ricoperta malamente.
“Che c’è?” chiese spavaldo il più grandicello che
sembrava il capobanda.
“C’è che ci sono delle ossa…”
“Non dire cazzate!”
“Ma quali cazzate, qui ci sono delle ossa…”
“Delle ossa?”
“Sì, guardate!...” e il ragazzo dal fondo della buca
si scostò un poco verso il terrapieno per permettere
la vista.
Tutte le teste si unirono facendo circolo e si
affacciarono…
“Cazzoooo!” dissero in coro.
“E’ vero! C’è un osso!” fece uno.
“Altro che un osso! Una montagna ce n’è!”
“Porta su!”
I monelli eccitati dalla novità si spingevano per
guardare nella buca…
“E non spingere, cazzo!”
Il ragazzo dal fondo della fossa cominciò a passare
alle mani protese tibie e femori, omeri e peroni.
“Ce ne sono ancora?”
“Altroché se ce ne sono” fece il ragazzo. “Ce n’è un
casino!”
E intanto passava al gruppetto clavicole e falangi…
I ragazzi raccoglievano ossa dalle sue mani, e più
ne raccoglievano, più cresceva l’eccitazione.
“Dà qua! Dà qua!” e intanto lanciavano urla
guerriere come gli Sioux visti al cinema.
“Di queste…” diceva divertito il giovane becchino
agitando una costola, “…ce ne sono un mucchio!”
“Dai! passa qua!”
E saltavano alzando le ginocchia in una
improvvisata danza tribale ricca di “Uuh! .. Uuh!”
Intanto i più piccoli, accovacciati per terra,
radunavano per bene le ossa adagiandole sul prato…
“Tenete! Queste sono piccole! Attenti a non
perderle!”
E porgeva dalla buca le mani a scodella, piene di
vertebre…
“Che cosa cono?...”
“Boh!” e raccoglieva…
I piccolini, oh, bella idea, cominciarono a
ricostruire l’uomo: le tibie al loro posto dopo
accese discussioni. C’era chi asseriva che quelle
fossero braccia.
“Guardate!...” e il ragazzo trionfante, dalla buca
offriva le mani che reggevano un teschio.
“C’è pure la capoccia” gridò il romanino…
“Sì, anche la testa!” disse un piccolino
indietreggiando e il mento gli tremava in un
principio di magone.
Si fece un gran silenzio.
Non ridevano più. L’euforia svanita improvvisa.
Poi ecco il teschio che passa di mano in mano…
“Pesa!” sussurrò qualcuno.
“Eh, sì, la testa pesa!” enunciò uno che la sapeva
lunga.
Adagio e con gentile cautela, la testa fu messa al
suo posto, in cima alle costole, poco più su delle
braccia.
Ora l’uomo era completo, o così pareva.
Uno ad uno, lentamente, si sedettero in cerchio,
spalla a spalla, intorno ai resti, stringendosi un
po’ l’un l’altro.
Non volava una mosca.
Muti, guardavano l’uomo o ciò che restava di lui.
E la grande distesa di sole che rimaneva
impassibile…
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